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Le film qui fait trembler les féministes

 


 

 

 


 

Lo sfogo di una partner di un separato 

“Io, moglie di serie B per Sommaruga'”

PATRIZIA GUENZI, il caffè 05.02.2012

“La sua lettera mi ha colpito molto. Capisco che quando in una procedura di separazione ci sono di mezzo anche dei figli il tutto è ancora più doloroso. Mi spiace però dirle che la questione non rientra nelle competenze né del Consiglio federale né dell’Amministrazione”. Solo poche righe del ministro Simonetta Sommaruga in risposta alla lunga lettera di Katherine Säuberli, 42 anni, partner di un uomo divorziato, che s’era definita una “moglie di serie B, ignorata dalla legge, costretta a vivere in un inferno senza averne colpa”. Uno sfogo – raccontato dal Caffè la scorsa domenica – sottoscritto da un gruppo di donne, nella sua stessa condizione,  pronte ad appellarsi a Berna. E rimaste deluse dalla risposa di Sommaruga. “Sono di nuovo stata trattata come una moglie di serie B”, commenta sconsolata Säuberli. E aggiunge: “Concretamente la signora Sommaruga non ha detto proprio nulla. Ha semplicemente ignorato tutte le mie domande”.

Certo, non capita tutti i giorni che un ministro risponda prontamente alla lettera di un cittadino. E la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, in effetti, nel giro di appena otto giorni, ha inviato le sue motivazioni a Katherin Säuberli. “Poche righe, prive di contenuto. Poteva anche non farlo – sbotta Säuberli -. Per dirmi ‘non c’è un divorzio uguale ad un altro’, ‘ognuno è unico, sia per la sofferenza che comporta che per la durata delle pratiche amministrative’… bè, ci arrivavo anche da sola sin lì. Pretendevo qualche concreta presa di posizione”. A far più male a Säuberli, e a tutte le donne “colpevoli” di essersi innamorate di un uomo con già un matrimonio alle spalle, è il grande senso di solitudine e di abbandono. “Ma anche di ingiustizia – riprende -. Nessuno si preoccupa se un uomo si ritrova pressoché sul lastrico per garantire il mantenimento dei figli avuti dal primo matrimonio. E ai figli della seconda unione chi ci pensa? Dovrebbero avere a disposizione altrettanto. O no?”. Ma anche questa domanda è rimasta inevasa nella risposta di Sommaruga. “I padri si ritrovano sulle spalle un fardello di doveri e nessun diritto, se non quello di pagare, pagare, pagare. E poter vedere i figli solo quando lo decide l’ex moglie”. Come testimonia la lettera pubblicata a fianco.

Eppure Katherin Säuberli non ha intenzione di mollare. Ha nuovamente preso carta e penna e riscritto al ministro Sommaruga. “Ho ribadito tutti quei concetti che non hanno avuto risposta – spiega -. Come il fatto di dover fare i salti mortali per andare avanti, tra angherie, soprusi, cattiverie e ripicche delle ex. Di dover però subentrare quando il nostro partner non riesce a far fronte ai suoi impegni economici verso la prima famiglia”. Ma anche sulla durata di alcune pratiche di divorzio Säuberli insiste nella sua replica al ministro: “Anni e anni prima di concludersi. Mentre un massimo di due anni e mezzo sarebbe più che sufficiente”. Nella sua seconda lettera Säuberli ricorda al ministro di aver ricevuto tantissimi messaggi di donne, come lei, non più libere di amare e progettare come vogliono il loro futuro.

“Siamo in tante, anche se ad esporsi siamo in poche – nota -. Il fatto è che c’è ancora quell’idea che noi ‘seconde’ siamo delle rovina famiglia, che il nostro partner ha divorziato per causa nostra”.  Katherin non ha perso la fiducia. Confida che la sua seconda lettera trovi più risposte della prima. “Il problema riguarda tutti – dice -. Non dimentichiamo che questi ex mariti si rivelano un costo per la società. Se ridotti sul lastrico dalle richieste delle ex saranno degli ottimi candidati all’assistenza”.


Noi mogli di serie B ignorate dalla legge 

PATRIZIA GUENZI, 29.01.2012

“Chi si preoccupa di noi donne innamorate di un uomo separato? Perché, senza averne responsabilità alcuna, ci ritroviamo a condividere un lunghissimo calvario fatto di cattiverie, angherie, soprusi, ripicche, prepotenze e vendette da parte dell’ex moglie?”. Se lo domanda Katherin Säuberli, quarantadue anni, di Stabio. Da sette anni convive con un uomo separato dopo vent’anni di matrimonio. Con lui ha avuto un figlio che oggi ha 5 anni. Dopo aver pubblicato il suo sfogo sul Caffè, raccontando la sua triste vicenda, ha poi condensato tutta la sua amarezza in una lettera aperta indirizzata al consigliere federale Simonetta Sommaruga. “Noi mogli di serie B siamo ignorate dalla legge e viviamo in un inferno non per colpa nostra”, si è sfogata. E ha aggiunto: “Vorrei che finalmente fossimo considerate, rispettate e difese, così come, giustamente, lo sono le ex mogli e i figli dei nostri partner”.

Katherin ha fatto da apripista e le sue rivendicazioni hanno trovato numerose alleate pronte, come lei, ad appellarsi a Berna. “I padri si ritrovano con un fardello di doveri e nessun diritto, a partire da quello di poter avere un rapporto con i figli”, nota Cristina, 46 anni, sei di sofferenze accanto all’attuale compagno, tuttora in “guerra” con l’ex moglie. Tempi troppo lunghi, sottolinea anche Katherin nella sua lettera a Sommaruga: “Chiediamo che le istituzioni si muovano in tempi accettabili e impediscano che i divorzi diventino un affare per certe donne e una croce per altre – scrive -. Se lei riuscisse a fermare il salasso emozionale e finanziario di cui sono responsabili pretori, avvocati, tutorie e istituzioni di tutti i generi, se lei riuscisse a difendere gli interessi delle donne, tutte, e non solo di quelle di prima categoria, le sarò immensamente grata”.

Katherin aspetta da sette lunghi anni di sposarsi, anche per suo figlio. “Perché lui non può portare il nome di suo padre? E perché nei calcoli degli alimenti vi sono discriminazioni tra figli di primo e secondo letto?”. Altre domande, drammatiche, che quotidianamente si pongono migliaia e migliaia di donne in Svizzera. Tutte “colpevoli” di essersi innamorate di un uomo con un matrimonio alle spalle. Vivono nell’ombra, dimenticate dalla legge. “Bersagliate dalle ex mogli, ci dobbiamo far carico di problemi economici perché i nostri compagni sono il più delle volte messi con le spalle al muro con convenzioni capestro”, aggiunge Lilli, 27 anni. E tutte condividono un sentimento di solitudine, di abbandono. “Nessuno, e tanto meno i politici, possono capire le ansie e le pene che affrontiamo. Non ci sentiamo più libere di amare e progettare come vogliamo il nostro futuro”, sottolinea Antonella – 50 anni, cinque di tribolazioni alle spalle – che tocca anche l’aspetto dell’anticipo alimenti. “Sarebbe meglio dimezzare il periodo di versamento da parte del padre e fissare una quota minima, ad esempio 400 franchi per figlio – spiega -. Senza pretendere altri contributi per spese dentistiche o altro ancora per anni e anni. Basta!”.

Un “basta” cui si unisce anche la voce di Diana, un’altra “seconda”, 33 anni, sposata da quasi dieci con un uomo divorziato da cui ha avuto tre figli. “Abbiamo vissuto oltre dieci anni di inferno – racconta -. Noi, nuove compagne paghiamo il pregiudizio che ci considera colpevoli di aver traviato l’ex marito. Anche nel caso in cui, come il mio, ci siamo conosciuti un anno dopo la separazione. Mentre le prime mogli sono sempre viste come le vittime, da tutelare a tutti i costi”.

“Pure a scapito della nuova famiglia e dei figli”, nota Antonella: “Basta. Rivendichiamo forte il diritto di essere, assieme al nostro attuale compagno e ai nostri figli, donne e uomini di serie A”.

 


L’esistenza avvelenata delle donne che amano un uomo divorziato

il caffè, 15 gennaio 2012

Katherin Säuberli, 42 anni, libera professionista, Stabio

Da anni ormai si parla tanto dei problemi delle coppie divorziate, delle difficoltà economiche, legali e affettive a cui vanno incontro mogli e mariti nel momento in cui si dividono. Degli scontri per l’affidamento dei figli o per l’importo degli assegni alimentari che, con una legislazione tesa soprattutto a proteggere i diritti materni, innescano contenziosi giudiziari che si trascinano per tanto tempo. Troppo tempo. Nessuno parla mai, però, di un altro aspetto di questo problema. Ossia le mille difficoltà a cui va incontro una donna che sposa, o vorrebbe sposare, un uomo divorziato con cui si trova a condividere, senza averne responsabilità alcuna, un calvario di vere e proprie sofferenze. Un calvario irto di ripicche e ritorsioni da parte dell’ex moglie, o dei suoi legali, che provocano stress psicologico, quando non traumi veri e propri, oltre che, ovviamente, un dispendio economico non indifferente. Nessuno parla mai di quante sofferenze ciò comporta anche per figli nati dalla nuova coppia o delle inammissibili lungaggini legali per arrivare al divorzio. Io da ben sette anni mi trovo in questa situazione, e come me penso ci siano in Svizzera migliaia e migliaia di donne che vivono queste stesse condizioni.

Che dire dell’amaro pane quotidiano che ci tocca mangiare. Delle piccole e grandi vendette di cui siamo bersaglio da parte delle ex mogli, dei problemi economici di cui dobbiamo farci carico perché i nostri compagni sono il più delle volte messi con le spalle al muro con convenzioni capestro. O tartassati da assurde richieste economiche per lo più avvallate da preture che tendono a scaricare sugli ex mariti la responsabilità di un matrimonio andato a male, per quanto il concetto di colpa sia stato ormai cancellato dalla legge, oppure castigati con limiti assai restrittivi nella possibilità di stare un po’ con i loro figli. È un’esistenza avvelenata la nostra. Di cui però nessuno pare accorgersi. Eppure quello che chiediamo è soltanto di vivere in pace, di avere la possibilità, ma sarebbe meglio dire il diritto,  di vivere la nostra vita con la persona che amiamo e ricostruire anche per lui una nuova vita. Un diritto che ora ci viene negato. In tempi in cui si parla tanto dei diritti delle donne,  mi chiedo a volte se donne, con la complicità di una legislazione discriminante, non creino donne di seconda categoria. Se non siamo solo una fastidiosa appendice in una pratica di divorzio. Mi chiedo perché non abbiamo il diritto di vivere con gioia la nostra affettivitità, di costruire una nuova famiglia e di far crescere serenamente i figli (anche del primo matrimonio).